E’ successo. Era inevitabile che accadesse. Erano già diversi giorni che il primo nevischio rendeva difficile lavorare e le sabbie si stavano indurendo per il gelo. Una sera il polacco non è rientrato e per tutta la mattina successiva non si è visto. “Grinder” ha inviato me ed il nativo a cercarlo. Bestemmiava in una lingua incomprensibile; un uomo in meno significa una macchina in meno a scavare: gli ha augurato tutte le maledizioni del mondo. Ho avuto la sensazione che il ceco sorridesse nel sentire quella filippica. Il nativo è forte. Ha ripercorso a ritroso, nonostante il nevischio, la strada fatta nel pomeriggio precedente, avendo, come riferimento, gli scarsi cespugli rimasti e le buche nel terreno sconvolto dai bull dozers. Alla fine l’abbiamo trovato. Giaceva a terra, poco dentro il limitare di un bosco di betulle; la testa, coperta di sangue, era girata violentemente indietro, così che il dorso aveva assunto le sembianze del petto. Una betulla mostrava una grossa chiazza di sangue con alcuni lembi di cute attaccati alla corteccia. Una bella fregatura. Adesso sarebbero cominciate le domande. Troppe. E’ necessario che me ne vada al più presto. Il nativo mi fece segno di seguirlo e, allontanatosi di qualche metro dal corpo, fece un giro intorno al luogo dove questo giaceva, poi ritornò verso il corpo e, senza toccarlo, rimase un attimo a guardarlo, gettando, ogni tanto, lo sguardo intorno. Con la “rice” portatile si mise in comunicazione con “Grinder”, spiegandogli sommariamente l’accaduto. Nel giro di quaranta minuti, arrivarono i poliziotti con il “coroner”. I rilievi si svolsero sotto un nevischio sempre più forte e, dopo un’ora, il “coroner” autorizzò a rimuovere il corpo. Era talmente rigido che ci siamo messi in sei a dargli una posizione che consentisse di metterlo nel sacco di plastica. Questa sera, noi cinque, abbiamo mangiato in silenzio; non avevamo voglia di parlare. L’altro polacco è cupo ed è andato subito a dormire. Noi tre, invece, siamo usciti e diretti verso l’unico spaccio del paese che funge anche da bar, ristorante e luogo di svago. Era pieno, ma abbiamo trovato un posto dove sedersi fuori della portata di sguardi altrui. Non c’è niente di peggio per chi è in fuga e vuol nascondersi, l’esser preso di mira dagli sguardi della gente. Ogni tanto, qualcuno seduto, ha ammiccato nella nostra direzione, tornando poi a parlare con il proprio interlocutore. Ho fatto per alzarmi ed uscire, ma il nativo mi ha trattenuto; mi sono sentito a disagio. Nel gruppo dei croati, due erano già strafatti e cantavano squarciagola, mentre gli altri battevano il tempo con le mani. Poi uno di loro, apparentemente sobrio, si è alzato e diretto verso di noi. Non appena è stato a due passi di distanza dal tavolo, ha alzato la mano e, puntando l’indice, ha cominciato a parlare in modo incomprensibile. Ho visto il ceco sbiancare e contrarre i muscoli del volto. Ho immaginato quello che diceva; perciò ho fatto un altro tentativo per alzarmi, ma il nativo mi ha ancora trattenuto. Sono tutti un po’ tesi per questa morte inspiegabile, ed il ceco afferma che gli “ustascia” ci ritengono responsabili. Perché? Perché non lo abbiamo difeso. Da chi? Non aveva nemici. Il ceco s’è stretto nelle spalle. Lui non lo sa, dice, ma il gruppo ci accusa d’averlo lasciato solo apposta ed aiutare qualcuno ad ucciderlo, lontano da sguardi indiscreti. La cosa si sta complicando. Domani ci saranno gli interrogatori della polizia; una fuga in queste condizioni equivarrebbe ad un’ammissione di colpa. Questa sera scrivo malvolentieri, non tanto per il polacco, di cui posso immaginare le ragioni della morte, quanto per la cortina di sguardi che ci circondano. Devo andarmene al più presto e, non appena saranno finiti gli interrogatori, lascerò il campo. Il ceco ha tirato fuori una foto in bianco e nero, ingiallita, dal suo sacco. Non ho visto chi rappresentava, ma il suo sguardo è un misto di commozione e tenerezza. L’altro polacco e lo spagnolo si sono seduti di fronte al ceco. C’è un silenzio imbarazzante. Sembra che tutti sappiano qualcosa, e si stanno parlando solo con lo sguardo. Seduto sulla branda accanto, il nativo, continua ad affilare il suo coltello.
Questo lavoro spacca la schiena, ma ho bisogno di soldi per continuare la mia fuga, e qui la paga è buona. Vorrei sapere a quale mente malata è mai venuta l’idea di estrarre petrolio dalla sabbia, ma tant’è, oggi anche le cose più insignificanti acquistano valore. Ieri al campo sono arrivati dei poliziotti. Cercavano un tizio, in fuga pure lui, perché aveva ucciso la sua ragazza. L’aveva trovata a letto con un altro e, secondo la tradizione più banale, con una sedia le aveva spaccata la testa. L’uomo con la ragazza era riuscito a fuggire e l’aveva denunciato. La longa manus della legge è arrivata anche qui: devo fare in fretta e togliermi di torno, perché in questo campo è un continuo andirivieni di gente di tutte le nazionalità e la polizia capita qui un paio di volte la settimana. La pressione si sta facendo troppo forte, ed il campo è nell’occhio del ciclone, ed è tutto un chiedere i documenti. Per fortuna, di me si sono accontentati delle false generalità date al momento dell’assunzione, e per un po’ sarò tranquillo. Divido la baracca con altre cinque persone, e sembra essere in una specie di legione straniera operaia. Insieme con me ci sono uno spagnolo, un ceco, due polacchi ed un locale, nativo indiano; di quest’ultimo non ho capito il nome, ma se ne sta sempre taciturno. Una volta che aveva la lingua sciolta dall’alcool, mi ricordò che i suoi antenati con il bitume estratto dalla sabbia, rendevano impermeabili le loro canoe. M’importò il giusto, preso com’ero a rimanere sobrio. Un altro degli errori, dei fuggiaschi come me, è quello di dare troppa confidenza, crearsi delle amicizie troppo forti e bere in compagnia: l’alcool scioglie troppo la lingua. Non conosci mai fino in fondo chi ti sta accanto e, se sei in fuga meglio lasciar stare. Uno dei polacchi è un figlio di cagna: recita le preghiere tutte le sere, bacia il piccolo crocefisso che porta al collo, ma inveisce contro gli ebrei, lamentando che i nazisti non abbiano finito il lavoro. Durante queste uscite, lo spagnolo se ne va da un’altra parte ed il nativo sputa per terra. Io, con l’altro polacco, sto in silenzio, ma vedo che quest’ultimo stringe i pugni, mentre il ceco canticchia una canzone incomprensibile. La cosa dove non vorrei essere coinvolto è una rissa per questi motivi. In altri tempi avrei dato una lezione al polacco, ma se lo facessi adesso, dovrei dire addio alla fuga, o meglio, sarei braccato senza scampo, e in questo Paese, la gente ha il fiuto dei cani per rintracciarti. L’altro giorno il nativo è rimasto impantanato in una pozza di bitume, mentre un “dumper” carico di sabbia si stava dirigendo verso di lui. L’autista non l’aveva visto e, quel cane di un polacco che gli era accanto, invece d’aiutarlo, era scappato. Insieme allo spagnolo, lo abbiamo tirato fuori, mentre il ceco, presi dei sassi, ha cominciato a tirarli verso l’autista per attirare la sua attenzione. Nessuno di noi, ha fatto parola per il resto della giornata, ma alle docce, c’è stata una discussione violenta tra il ceco ed il polacco. Contravvenendo alle mie regole, ho cercato di calmarli, poi tutto s’è risolto, quando è entrato “Grinder” il caposquadra. “Grinder” è un omaccione di nazionalità incerta, o meglio, non l’ha mai dichiarata, ed a vederlo assomiglia a Bluto, l’avversario di Popeye; da tagliaboschi è passato all’estrazione del petrolio. Il polacco, ha accusato il colpo. La sera al bar, strafatto d’alcool, ha cominciato la tiritera sugli ebrei, ma nessuno gli ha prestato attenzione finché non si è alzato e, a braccio teso, non ha gridato un “sieg heil”. C’è stato un attimo di silenzio. Dei croati, arrivati da poco al cantiere, hanno alzato i loro bicchieri verso il polacco. La cosa cominciava a diventare pesante. Ho guardato il nativo facendogli capire che volevo uscire. Restare coinvolti in una rissa, per quanto nobile sia il motivo, spezza la catena della fuga e, dall’anonimato, ti porta alla ribalta. Niente coinvolgimenti emotivi, please. In fuga non c’è spazio, qualunque sia il motivo,per emozioni che esulino dal tuo essere attento a non lasciar tracce dietro di te. Una scelta del genere impone disciplina, attenzione e, soprattutto, meno si rimane in un posto e meglio è. Sono tornato nella baracca, insieme con gli altri, a scrivere queste righe. L’altro polacco è rimasto al bar, ubriaco fradicio. Spero solo che, riesca a centrare il suo letto senza cadere sul pavimento, o sul letto di uno di noi. Ho visto il nativo affilare il suo coltello.
Fughe. Sono lo stato ottimale della mia esistenza. Ho imparato a fuggire non appena ne ho avuto le possibilità, o meglio: non appena ne ho conosciuto le potenzialità. Da allora tutto è più semplice. Non esiste luogo, Paese, dove io non possa nascondermi, mimetizzarmi, senza che nessuno sia a conoscenza della mia esistenza oppure conosca qualcosa di me. Uno status invadibile sotto ogni punto di vista, con responsabilità zero, al di fuori di quelle che ho verso me, ed infinite possibilità d’impiego, ma solo per un tempo brevissimo: quello necessario per raggranellare un po’ di soldi e ripartire. Ho imparato a scegliermi le località di fuga, guardando stupidi films americani: facendo l’opposto dei protagonisti in fuga. Idioti! Nei miei viaggi ho avuto anche l’occasione di conoscere un bel po’ di questi tipi: biscazzieri e giocatori insolventi, falliti della new economy, gente cacciata di casa dalle mogli. I più pericolosi, almeno in America, sono quelli in libertà su cauzione. Una massa di stupidi in fuga, che si tirano dietro un codazzo di gente senza scrupoli, pronta a riprenderli per due soldi. Alla larga da gente simile! Un altro posto da cui stare alla larga sono le stazioni e viaggiare su carri aperti. Un sacco di films ha celebrato la vita degli “hobos”, Balle! C’è da dormire con un occhio solo e tenersi stretto il poco bagaglio come nei racconti di John Steinbeck e Jack Kerouac, e non è per niente romantico: la sorveglianza nelle stazioni era dura allora come lo è adesso, e finire al lavoro coatto per vagabondaggio significa, poi, farsi riconoscere ovunque uno vada. Un Paese tranquillo è la Scozia. Capitarci nei periodi della tosatura delle pecore o quando c’è molto lavoro nelle fattorie, è una pacchia. Il cibo è garantito e si possono raggranellare un po’ di soldi per continuare a scappare e nascondersi. In Europa sono molto più gentili e si può vivere stando nascosti nello stesso posto per periodi un po’ più lunghi. Una volta ho conosciuto dei tizi che avevano fatto non so quale rapina per finanziare un certo progetto politico di cui non ricordo il nome. Vedendo tutti quei soldi si erano messi a litigare. Viaggiavo, a quel tempo, con uno spilungone danese con velleità artistiche che cercavo sempre di mollare in qualche stazione. Inevitabilmente me lo ritrovavo accanto in quella successiva. Non so come faceva. Per farla breve i tizi, dalle parole passano ai fatti. Io e lo spilungone ci siamo tenuti in disparte, insieme con quello dei cinque che sembrava più tranquillo. Alla fine decidono di dividere e separarsi. Fissano l’appuntamento in un paesino nel sud della Spagna, una località turistica piuttosto nota. L’errore degli stupidi! E’ lo stesso errore che in America fanno i fuggiaschi: quello di dirigersi sempre a sud, in Messico o in qualche Paese sud americano. Agli yankees piace il sole e le belle ragazze di pelle scura. Il più stupido dei poliziotti sa, ad occhi chiusi, in quale direzione cercare. Così fecero i cinque, perché anche “il tranquillo” s’unì a loro, nonostante avessi cercato di dissuaderlo. Furono presi dopo quindici giorni con ancora tutti i soldi. Razza di stupidi! Non ho mai trovato nessuno con il buon senso di nascondersi in posti che si trovano al di fuori dei giri d’agenzie di viaggio. Ci sono posti nell’estremo Nord o Sud del mondo, talmente scomodi che a nessuno verrebbe in mente di cercarti proprio lì. Personalmente non ho niente da rimproverarmi di quello che ho fatto, e sto facendo. Ho deciso, più per noia che necessità, d’iniziare a scrivere questa specie di diario. La baracca dove sono alloggiato è comoda, l’inverno è alle porte ed il lavoro in questo periodo rompe, sì, la schiena, ma la giornata è breve e, prima dei mesi del buio, i miei taccuini saranno già pieni. Dove mi trovo? Fatti miei! Leggete se vi va, oppure spegnete la luce. A distanza di due anni, rieccolo! Due anni fa scrissi una serie di sonetti contro re Silvio, seguendo passo, passo le sue esternazioni; da quelle ad alto contenuto comico (chiedo scusa ai comici di professione), a quelle che, ahimé, facevano rabbrividire per l’ignoranza delle citazioni, per le minacce di cui erano farcite e per l’insipienza di chi, cortigiano o no, le riprendeva per darne l’interpretazione come in una sorta di Misnah, profana (chiedo nuovamente scusa, la mia non vuol essere una bestemmia). In ogni modo più passa il tempo e più risce facile (fin troppo) mettere alla berlina un re nudo con degli strumenti che sono patrimonio della nostra cultura come quella di altro: la Poesia, e, nella fattispecie, il sonetto.
Tra dense nebbie parte il vecchio rito:
il nano ancora attacca, preme e sbava
e menzognero gli animi riscava;
gioviale, spolvera il vetusto mito,
quell’ “anti” di maniera ormai finito
che lui propone e mena come clava
terrorizzando chi sereno stava
per farlo diventare incarognito.
Impone logica d’aver pazienza
per i vecchietti strani, un po’ strafatti,
portati dall’età nella demenza
che parlano con pochi verbi sciatti
ed argomenti senza consistenza
che per gli allocchi è trippa per i gatti.
E quando annunciò la famosa “cordata” per rilevare Alitalia, sostenendo che anche i suoi figli avrebbero fatto la loro parte?
E’ giunta l’ora di veder del nano
le qualità del capo che fa note:
per l’ala a terra son parole vuote,
d’ingegno manca il vanto del padano,
sgusciano i figli, che non hanno in mano,
se non chiacchiere di quel padre in dote,
evitando canee che lui percuote
nell’elezione pongono ripiano.
E noi paghiamo in forza alla sua boria
seguendo ciarle ch’aprono le tasche
e solo per dovere render gloria
alle padane smanie rivierasche
che l’ala han fatto perdere alla storia
per troppo reggere le borse lasche.
Per non parlare dell’evasione fiscale che, secondo il “nostro”, è sacrosanta , vista l’esosità dei prelievi. Ovviamente nemmeno una parola sui capitali portati all’estero in società di comodo ed alloggiati in paradisi fiscali.
Adesso ricomincia, e quel che vuole
è non dover pagare il suo dovuto,
e parlo delle tasse, quell’imbuto
che ci prosciuga, senza tante fole;
dell’evasione fa l’alfiere, e duole
se la gabella incide sull’avuto,
il suo che maschera, il cornuto,
e non il nostro, buono a far le suole.
Se prima si scovava l’evasore,
lui privilegia correre a condoni
salvando Vaticano, banche e suore
per mendicare e indulgere ai perdoni
per dire ch’è cattolico nel cuore
senza pretendere interessi o doni.
Ultima, ma non certo giunto a fine, la sceneggiata al convegno della Confagricoltura, quando chiese che anche gli imprenditori agricoli facessero la loro parte per salvare Alitalia, e, dopo il finto mancamento mentre assaggiava una mozzarella di bufala. Certo che per chi si picca di promuove il “Made in Italy” non è stata certo una bella performance.
D’Albione pure un foglio t’ha bollato:
“unfit”, riporta senza alcun appello
mostrando a che campione di cervello
dovremmo dare un voto delegato
scordando tutti i danni che ha recato:
è come mutilarsi dell’uccello
per fare a moglie spregio, solo quello,
ché il restante l’hai già dilapidato.
E motteggiando gongola lo sciocco
di fronte all’emergenza del veleno,
fingendo mancamenti da pitocco
con far simpatico che non ha freno,
e scompigliando il crine col ritocco
prepara nuove “bufale” da meno.
Penso che ce ne sia abbastanza…per adesso.
woquini 6.04.2008
…e quando la finiremo (finiranno) d’onorare gli dèi d’un mito ormai stantio? Quello che fa gridare, cinguettare, squittire di fronte alla crapula giornaliera, cui tutti, potenti e squallidi epigoni, mettono in mostra, affidandosi a valori che di per sé non dovrebbero neppure toccare.Penso...ad un mal calzato dio pagano
Lo tsunami dello scorso anno ha riportato sul luogo parte degli scampati, europei e non. Quello che rattrista e fa salire la rabbia è l'aspetto "promozionale" che le autorità di alcuni luoghi hanno dato all'avvenimento. Una cosa oscena, tanto che qualcuno si è rifiutato di presenziare. Al di là di questo, gli aiuti inviati da gran parte del mondo hanno, per prima cosa, ricostruito le strutture alberghiere danneggiate, così che per questo fine 2005, ci saranno tante pance al sole, mentre in molti villaggi, vuoi per corruzione o disorganizzazione, gli aiuti devono ancora arrivare ed i pescatori che hanno perduto la loro imbarcazione sono alla disperzione.
Cosa succederebbe se quei "numeri" considerati ultimi...
Con l'amico Lino Lista abbiamo avuto una discussione di poesia e sull'attualità dello scrivere con corretta metrica classica. Lino sostiene che:
"...Disperi di scrivere una buona poesia, a verso libero o sciolto, chi non ha conosciuto il verso classico. Se non si conoscono le regole non è possibile reiventarne di nuove e, checché ne dicano gli analfabeti certificati, la poesia è regola." Da parte mia non posso che approvare quanto afferma e mi ritrovo senz'altro in tali affermazioni, specie se considero lo stato in cui la nostra scuola, un tempo vanto nello studio dei classici, è costretta a barcamenarsi. A riprova di quanto ha affermato, pubblico, qui di seguito una delle sue prime poesie in endecasillabi. Quartine in rima baciata (AA-BB).
...BERLUSCHEIDE...la saga continua...