Scritti sfuggiti di mano

Quando le parole si chiudono in gola e la mano parla per te...

CHI SONO

Utente: woquini
Nome: woquini *
Ho intrapreso un viaggio in versi, nel passato, per meglio costruire il mio futuro. Cerco il verso, la metrica perfetta, ed una scrittura che m' apra orizzonti nuovi e sconosciuti. Poesia, scrittura anche, e soprattutto, come impegno civile, che fuoriescano dalla solita "triarchia" del "cuore-amore-dolore". Sentimenti di rabbia, impegno, disgusto per il marcio che ci circonda sono motivo d'ispirazione che esula dai canoni classici e dove, inevitabilmente, mi ritrovo...e su questi, indefesso, scrivo.

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martedì, 16 dicembre 2008


 

III

 

 

 

normal_Foreste_004E’ successo. Era inevitabile che accadesse. Erano già diversi giorni che il primo nevischio rendeva difficile lavorare e le sabbie si stavano indurendo per il gelo. Una sera il polacco non è rientrato e per tutta la mattina successiva non si è visto. “Grinder” ha inviato me ed il nativo a cercarlo. Bestemmiava in una lingua incomprensibile; un uomo in meno significa una macchina in meno a scavare: gli ha augurato tutte le maledizioni del mondo. Ho avuto la sensazione che il ceco sorridesse nel sentire quella filippica. Il nativo è forte. Ha ripercorso a ritroso, nonostante il nevischio, la strada fatta nel pomeriggio precedente, avendo, come riferimento, gli scarsi cespugli rimasti e le buche nel terreno sconvolto dai bull dozers. Alla fine l’abbiamo trovato. Giaceva a terra, poco dentro il limitare di un bosco di betulle; la testa, coperta di sangue, era girata violentemente indietro, così che il dorso aveva assunto le sembianze del petto. Una betulla mostrava una grossa chiazza di sangue con alcuni lembi di cute attaccati alla corteccia. Una bella fregatura. Adesso sarebbero cominciate le domande. Troppe. E’ necessario che me ne vada al più presto. Il nativo mi fece segno di seguirlo e, allontanatosi di qualche metro dal corpo, fece un giro intorno al luogo dove questo giaceva, poi ritornò verso il corpo e, senza toccarlo, rimase un attimo a guardarlo, gettando, ogni tanto, lo sguardo intorno. Con la “rice” portatile si mise in comunicazione con “Grinder”, spiegandogli sommariamente l’accaduto. Nel giro di quaranta minuti, arrivarono i poliziotti con il “coroner”. I rilievi si svolsero sotto un nevischio sempre più forte e, dopo un’ora, il “coroner” autorizzò a rimuovere il corpo. Era talmente rigido che ci siamo messi in sei a dargli una posizione che consentisse di metterlo nel sacco di plastica. Questa sera, noi cinque, abbiamo mangiato in silenzio; non avevamo voglia di parlare. L’altro polacco è cupo ed è andato subito a dormire. Noi tre, invece, siamo usciti e diretti verso l’unico spaccio del paese che funge anche da bar, ristorante e luogo di svago. Era pieno, ma abbiamo trovato un posto dove sedersi fuori della portata di sguardi altrui. Non c’è niente di peggio per chi è in fuga e vuol nascondersi, l’esser preso di mira dagli sguardi della gente. Ogni tanto, qualcuno seduto, ha ammiccato nella nostra direzione, tornando poi a parlare con il proprio interlocutore. Ho fatto per alzarmi ed uscire, ma il nativo mi ha trattenuto; mi sono sentito a disagio. Nel gruppo dei croati, due erano già strafatti e cantavano squarciagola, mentre gli altri battevano il tempo con le mani. Poi uno di loro, apparentemente sobrio, si è alzato e diretto verso di noi. Non appena è stato a due passi di distanza dal tavolo, ha alzato la mano e, puntando l’indice, ha cominciato a parlare in modo incomprensibile. Ho visto il ceco sbiancare e contrarre i muscoli del volto. Ho immaginato quello che diceva; perciò ho fatto un altro tentativo per alzarmi, ma il nativo mi ha ancora trattenuto. Sono tutti un po’ tesi per questa morte inspiegabile, ed il ceco afferma che gli “ustascia” ci ritengono responsabili. Perché? Perché non lo abbiamo difeso. Da chi? Non aveva nemici. Il ceco s’è stretto nelle spalle. Lui non lo sa, dice, ma il gruppo ci accusa d’averlo lasciato solo apposta ed aiutare qualcuno ad ucciderlo, lontano da sguardi indiscreti. La cosa si sta complicando. Domani ci saranno gli interrogatori della polizia; una fuga in queste condizioni equivarrebbe ad un’ammissione di colpa. Questa sera scrivo malvolentieri, non tanto per il polacco, di cui posso immaginare le ragioni della morte, quanto per la cortina di sguardi che ci circondano. Devo andarmene al più presto e, non appena saranno finiti gli interrogatori, lascerò il campo. Il ceco ha tirato fuori una foto in bianco e nero, ingiallita, dal suo sacco. Non ho visto chi rappresentava, ma il suo sguardo è un misto di commozione e tenerezza. L’altro polacco e lo spagnolo si sono seduti di fronte al ceco. C’è un silenzio imbarazzante. Sembra che tutti sappiano qualcosa, e si stanno parlando solo con lo sguardo. Seduto sulla branda accanto, il nativo, continua ad affilare il suo coltello.

 

postato da: woquini alle ore 19:06 | link | commenti
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 II



normal_Foreste_002Questo lavoro spacca la schiena, ma ho bisogno di soldi per continuare la mia fuga, e qui la paga è buona. Vorrei sapere a quale mente malata è mai venuta l’idea di estrarre petrolio dalla sabbia, ma tant’è, oggi anche le cose più insignificanti acquistano valore. Ieri al campo sono arrivati dei poliziotti. Cercavano un tizio, in fuga pure lui, perché aveva ucciso la sua ragazza. L’aveva trovata a letto con un altro e, secondo la tradizione più banale, con una sedia le aveva spaccata la testa. L’uomo con la ragazza era riuscito a fuggire e l’aveva denunciato. La longa manus della legge è arrivata anche qui: devo fare in fretta e togliermi di torno, perché in questo campo è un continuo andirivieni di gente di tutte le nazionalità e la polizia capita qui un paio di volte la settimana. La pressione si sta facendo troppo forte, ed il campo è nell’occhio del ciclone, ed è tutto un chiedere i documenti. Per fortuna, di me si sono accontentati delle false generalità date al momento dell’assunzione, e per un po’ sarò tranquillo. Divido la baracca con altre cinque persone, e sembra essere in una specie di legione straniera operaia. Insieme con me ci sono uno spagnolo, un ceco, due polacchi ed un locale, nativo indiano; di quest’ultimo non ho capito il nome, ma se ne sta sempre taciturno. Una volta che aveva la lingua sciolta dall’alcool, mi ricordò che i suoi antenati con il bitume estratto dalla sabbia, rendevano impermeabili le loro canoe. M’importò il giusto, preso com’ero a rimanere sobrio. Un altro degli errori, dei fuggiaschi come me, è quello di dare troppa confidenza, crearsi delle amicizie troppo forti e bere in compagnia: l’alcool scioglie troppo la lingua. Non conosci mai fino in fondo chi ti sta accanto e, se sei in fuga meglio lasciar stare. Uno dei polacchi è un figlio di cagna: recita le preghiere tutte le sere, bacia il piccolo crocefisso che porta al collo, ma inveisce contro gli ebrei, lamentando che i nazisti non abbiano finito il lavoro. Durante queste uscite, lo spagnolo se ne va da un’altra parte ed il nativo sputa per terra. Io, con l’altro polacco, sto in silenzio, ma vedo che quest’ultimo stringe i pugni, mentre il ceco canticchia una canzone incomprensibile. La cosa dove non vorrei essere coinvolto è una rissa per questi motivi. In altri tempi avrei dato una lezione al polacco, ma se lo facessi adesso, dovrei dire addio alla fuga, o meglio, sarei braccato senza scampo, e in questo Paese, la gente ha il fiuto dei cani per rintracciarti. L’altro giorno il nativo è rimasto impantanato in una pozza di bitume, mentre un “dumper” carico di sabbia si stava dirigendo verso di lui. L’autista non l’aveva visto e, quel cane di un polacco che gli era accanto, invece d’aiutarlo, era scappato. Insieme allo spagnolo, lo abbiamo tirato fuori, mentre il ceco, presi dei sassi, ha cominciato a tirarli verso l’autista per attirare la sua attenzione. Nessuno di noi, ha fatto parola per il resto della giornata, ma alle docce, c’è stata una discussione violenta tra il ceco ed il polacco. Contravvenendo alle mie regole, ho cercato di calmarli, poi tutto s’è risolto, quando è entrato “Grinder” il caposquadra. “Grinder” è un omaccione di nazionalità incerta, o meglio, non l’ha mai dichiarata, ed a vederlo assomiglia a Bluto, l’avversario di Popeye; da tagliaboschi è passato all’estrazione del petrolio. Il polacco, ha accusato il colpo. La sera al bar, strafatto d’alcool, ha cominciato la tiritera sugli ebrei, ma nessuno gli ha prestato attenzione finché non si è alzato e, a braccio teso, non ha gridato un “sieg heil”. C’è stato un attimo di silenzio. Dei croati, arrivati da poco al cantiere, hanno alzato i loro bicchieri verso il polacco. La cosa cominciava a diventare pesante. Ho guardato il nativo facendogli capire che volevo uscire. Restare coinvolti in una rissa, per quanto nobile sia il motivo, spezza la catena della fuga e, dall’anonimato, ti porta alla ribalta. Niente coinvolgimenti emotivi, please. In fuga non c’è spazio, qualunque sia il motivo,per emozioni che esulino dal tuo essere attento a non lasciar tracce dietro di te. Una scelta del genere impone disciplina, attenzione e, soprattutto, meno si rimane in un posto e meglio è. Sono tornato nella baracca, insieme con gli altri, a scrivere queste righe. L’altro polacco è rimasto al bar, ubriaco fradicio. Spero solo che, riesca a centrare il suo letto senza cadere sul pavimento, o sul letto di uno di noi. Ho visto il nativo affilare il suo coltello.

 

postato da: woquini alle ore 19:04 | link | commenti
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Diario di un fuggiasco nascosto

 

 

 

I


HoboFughe. Sono lo stato ottimale della mia esistenza. Ho imparato a fuggire non appena ne ho avuto le possibilità, o meglio: non appena ne ho conosciuto le potenzialità. Da allora tutto è più semplice. Non esiste luogo, Paese, dove io non possa nascondermi, mimetizzarmi, senza che nessuno sia a conoscenza della mia esistenza oppure conosca qualcosa di me. Uno status invadibile sotto ogni punto di vista, con responsabilità zero, al di fuori di quelle che ho verso me, ed infinite possibilità d’impiego, ma solo per un tempo brevissimo: quello necessario per raggranellare un po’ di soldi e ripartire. Ho imparato a scegliermi le località di fuga, guardando stupidi films americani: facendo l’opposto dei protagonisti in fuga. Idioti! Nei miei viaggi ho avuto anche l’occasione di conoscere un bel po’ di questi tipi: biscazzieri e giocatori insolventi, falliti della new economy, gente cacciata di casa dalle mogli. I più pericolosi, almeno in America, sono quelli in libertà su cauzione. Una massa di stupidi in fuga, che si tirano dietro un codazzo di gente senza scrupoli, pronta a riprenderli per due soldi. Alla larga da gente simile! Un altro posto da cui stare alla larga sono le stazioni e viaggiare su carri aperti. Un sacco di films ha celebrato la vita degli “hobos”, Balle! C’è da dormire con un occhio solo e tenersi stretto il poco bagaglio come nei racconti di John Steinbeck e Jack Kerouac, e non è per niente romantico: la sorveglianza nelle stazioni era dura allora come lo è adesso, e finire al lavoro coatto per vagabondaggio significa, poi, farsi riconoscere ovunque uno vada. Un Paese tranquillo è la Scozia. Capitarci nei periodi della tosatura delle pecore o quando c’è molto lavoro nelle fattorie, è una pacchia. Il cibo è garantito e si possono raggranellare un po’ di soldi per continuare a scappare e nascondersi. In Europa sono molto più gentili e si può vivere stando nascosti nello stesso posto per periodi un po’ più lunghi. Una volta ho conosciuto dei tizi che avevano fatto non so quale rapina per finanziare un certo progetto politico di cui non ricordo il nome. Vedendo tutti quei soldi si erano messi a litigare. Viaggiavo, a quel tempo, con uno spilungone danese con velleità artistiche che cercavo sempre di mollare in qualche stazione. Inevitabilmente me lo ritrovavo accanto in quella successiva. Non so come faceva. Per farla breve i tizi, dalle parole passano ai fatti. Io e lo spilungone ci siamo tenuti in disparte, insieme con quello dei cinque che sembrava più tranquillo. Alla fine decidono di dividere e separarsi. Fissano l’appuntamento in un paesino nel sud della Spagna, una località turistica piuttosto nota. L’errore degli stupidi! E’ lo stesso errore che in America fanno i fuggiaschi: quello di dirigersi sempre a sud, in Messico o in qualche Paese sud americano. Agli yankees piace il sole e le belle ragazze di pelle scura. Il più stupido dei poliziotti sa, ad occhi chiusi, in quale direzione cercare. Così fecero i cinque, perché anche “il tranquillo” s’unì a loro, nonostante avessi cercato di dissuaderlo. Furono presi dopo quindici giorni con ancora tutti i soldi. Razza di stupidi! Non ho mai trovato nessuno con il buon senso di nascondersi in posti che si trovano al di fuori dei giri d’agenzie di viaggio. Ci sono posti nell’estremo Nord o Sud del mondo, talmente scomodi che a nessuno verrebbe in mente di cercarti proprio lì. Personalmente non ho niente da rimproverarmi di quello che ho fatto, e sto facendo. Ho deciso, più per noia che necessità, d’iniziare a scrivere questa specie di diario. La baracca dove sono alloggiato è comoda, l’inverno è alle porte ed il lavoro in questo periodo rompe, sì, la schiena, ma la giornata è breve e, prima dei mesi del buio, i miei taccuini saranno già pieni. Dove mi trovo? Fatti miei! Leggete se vi va, oppure spegnete la luce.


postato da: woquini alle ore 19:01 | link | commenti
categorie: riflessioni, letteratura, scrittura
domenica, 06 aprile 2008

A distanza di due anni, rieccolo! Due anni fa scrissi una serie di sonetti contro re Silvio, seguendo passo, passo le sue esternazioni; da quelle ad alto contenuto comico (chiedo scusa ai comici di professione), a quelle che, ahimé, facevano rabbrividire per l’ignoranza delle citazioni, per le minacce di cui erano farcite e per l’insipienza di chi, cortigiano o no, le riprendeva per darne l’interpretazione come in una sorta di Misnah, profana (chiedo nuovamente scusa, la mia non vuol essere una bestemmia). In ogni modo più passa il tempo e più risce facile (fin troppo) mettere alla berlina un re nudo con degli strumenti che sono patrimonio della nostra cultura come quella di altro: la Poesia, e, nella fattispecie, il sonetto.





Tra dense nebbie parte il vecchio rito:

il nano ancora attacca, preme e sbava

e menzognero gli animi riscava;

gioviale, spolvera il vetusto mito,



quell’ “anti” di maniera ormai finito

che lui propone e mena come clava

terrorizzando chi sereno stava

per farlo diventare incarognito.



Impone logica d’aver pazienza

per i vecchietti strani, un po’ strafatti,

portati dall’età nella demenza



che parlano con pochi verbi sciatti

ed argomenti senza consistenza

che per gli allocchi è trippa per i gatti.





E quando annunciò la famosa “cordata” per rilevare Alitalia, sostenendo che anche i suoi figli avrebbero fatto la loro parte?



E’ giunta l’ora di veder del nano

le qualità del capo che fa note:

per l’ala a terra son parole vuote,

d’ingegno manca il vanto del padano,



sgusciano i figli, che non hanno in mano,

se non chiacchiere di quel padre in dote,

evitando canee che lui percuote

nell’elezione pongono ripiano.


E noi paghiamo in forza alla sua boria

seguendo ciarle ch’aprono le tasche

e solo per dovere render gloria


alle padane smanie rivierasche

che l’ala han fatto perdere alla storia

per troppo reggere le borse lasche.





Per non parlare dell’evasione fiscale che, secondo il “nostro”, è sacrosanta , vista l’esosità dei prelievi. Ovviamente nemmeno una parola sui capitali portati all’estero in società di comodo ed alloggiati in paradisi fiscali.





Adesso ricomincia, e quel che vuole

è non dover pagare il suo dovuto,

e parlo delle tasse, quell’imbuto

che ci prosciuga, senza tante fole;



dell’evasione fa l’alfiere, e duole

se la gabella incide sull’avuto,

il suo che maschera, il cornuto,

e non il nostro, buono a far le suole.



Se prima si scovava l’evasore,

lui privilegia correre a condoni

salvando Vaticano, banche e suore



per mendicare e indulgere ai perdoni

per dire ch’è cattolico nel cuore

senza pretendere interessi o doni.





Ultima, ma non certo giunto a fine, la sceneggiata al convegno della Confagricoltura, quando chiese che anche gli imprenditori agricoli facessero la loro parte per salvare Alitalia, e, dopo il finto mancamento mentre assaggiava una mozzarella di bufala. Certo che per chi si picca di promuove il “Made in Italy” non è stata certo una bella performance.


D’Albione pure un foglio t’ha bollato:

“unfit”, riporta senza alcun appello

mostrando a che campione di cervello

dovremmo dare un voto delegato



scordando tutti i danni che ha recato:

è come mutilarsi dell’uccello

per fare a moglie spregio, solo quello,

ché il restante l’hai già dilapidato.



E motteggiando gongola lo sciocco

di fronte all’emergenza del veleno,

fingendo mancamenti da pitocco



con far simpatico che non ha freno,

e scompigliando il crine col ritocco

prepara nuove “bufale” da meno.



Penso che ce ne sia abbastanza…per adesso.





woquini 6.04.2008








































































































postato da: woquini alle ore 16:17 | link | commenti
categorie: poesia, politica, riflessioni, elezioni politiche
venerdì, 28 marzo 2008

wotan…e quando la finiremo (finiranno) d’onorare gli dèi d’un mito ormai stantio? Quello che fa gridare, cinguettare, squittire di fronte alla crapula giornaliera, cui tutti, potenti e squallidi epigoni, mettono in mostra, affidandosi a valori che di per sé non dovrebbero neppure toccare.
Per lo meno i vecchi dèi pagani avevano più dignità, dell’immagine, che un clero, bigotto ed anacronistico, ha posto in bella mostra, soffiando sulle paure inconsce della gente.
Se, invece fosse… 

Penso...ad un mal calzato dio pagano

Son qui a pensare…ma voglio credere
che sia un pensiero non deformabile
far sì ch’io riesca a digrossare
dure pietre e ridurle in ciottoli
 
con cui colpire dorate lamine
per annunciare l’avvento rustico
d’un mal calzato dio pagano
nei templi dove ancor lo pregano
 
e lì vedere l’amore inutile
che si disgrega, perso dal vivere
con dèi che più non hanno mito
ma solo luce scarna e debole.
woquini 27.03.2008

 

 


postato da: woquini alle ore 21:54 | link | commenti
categorie: poesia, riflessioni, scrittura

Sono destinato ad essere smentito. Fino ad ieri, scrivevo che i toni della campagna elettorale si erano fatti più sfumati e che nessuna invettiva del tipo “comunista!” era stata pronunciata da re Silvio e dalla sua armata di razziatori. Mi sbagliavo! Su “La Repubblica” di oggi, 28 Marzo 2008, nella rubrica “Belpaese a firma di Alessandra Longo , c’è un trafiletto (Finalmente comunisti) che riporta gli umori ( e le invettive) dei militanti del PDL. Sono ritornati i vecchi leit-motiv di re Silvio sul pericolo comunista e la brava giornalista, con una buona dose d’ironia, annuncia la fine del politically correct da parte della base del PDL e, di conseguenza, di re Silvio e dei suoi razziatori. Non ultima: la RAI in mano ai comunisti! La cosa può avere due significati:
  • Re Silvio vuol recuperare voti dalla destra estrema e, giocoforza, deve scendere nel loro pantano ed usare la stessa fraseologia, fritta e rifritta che, se ad elettori (televisivi) meno avveduti (meglio: annoiati) può apparire stantia, a qualche male arnese può, invece apparire “fascinosa”. Come “homo televisivus” dovrebbe capire al volo quando uno spettacolo, o una barzelletta, comincia ad essere troppo vecchio se è riproposto sempre con lo stesso format.
  • Re Silvio è in difficoltà (difficile dirlo, meno ancora prevederlo) ed a corto di argomenti che, a sentir lui, gli sono stati copiati dal Walter Veltroni. E’ costretto a ricorrere al vecchio armamentario dell’anticomunismo, facendo leva sulla propensione (dice lui) che hanno gli italiani a voler assomigliare a lui per raggiungere il successo. Ma lo yuppismo non era stato dato per morto?
Da queste righe chiedo a Walter di tener duro, continuando con il passo da maratona con cui ha iniziato. Re Silvio è ormai settantenne e vuole ancora correre il mezzo fondo su un percorso di maratona: male che gli vada, avrà un funerale di Stato. Forza Walter!!
 
 
woquini 28.03.2008

postato da: woquini alle ore 12:09 | link | commenti
categorie: politica, riflessioni, editoriale, elezioni 2008
martedì, 27 dicembre 2005

Lo tsunami dello scorso anno ha riportato sul luogo parte degli scampati, europei e non. Quello che rattrista e fa salire la rabbia è l'aspetto "promozionale" che le autorità di alcuni luoghi hanno dato all'avvenimento. Una cosa oscena, tanto che qualcuno si è rifiutato di presenziare. Al di là di questo, gli aiuti inviati da gran parte del mondo hanno, per prima cosa, ricostruito le strutture alberghiere danneggiate, così che per questo fine 2005, ci saranno tante pance al sole, mentre in molti villaggi, vuoi per corruzione o disorganizzazione, gli aiuti devono ancora arrivare ed i pescatori che hanno perduto la loro imbarcazione sono alla disperzione.

Cosa succederebbe se quei "numeri" considerati ultimi...

Nel numero ultimo
 
 
Avere scampo è questione d’ovvietà;
cielo limpido e corpi stesi al sole,
lustri d’olio, col ciglio risentito
da suoni che risalgono dal fondo;
il cuore della terra ripercuote
nel tempo e nello spazio, all’infinito,
messaggi che parevan trascurati
nell’ignavia di simboli artefatti.
 
Nell’inconscio riaffiorano timori
che da tempo sembravan cancellati;
i primi tremano, l’ angoscia avanza,
l’ansia, a’ primi la vita terrorizza
la furia degli ultimi è fiume in piena
che spazza opportunismi e vanterie
ingrassati dall’altrui miseria;
l’ultimo ruba la prima pagina
a chi mostra la sua falsa serietà.

 


postato da: woquini alle ore 23:46 | link | commenti (1)
categorie: poesia, riflessioni, articoli
sabato, 24 dicembre 2005

Con l'amico Lino Lista abbiamo avuto una discussione di poesia e sull'attualità dello scrivere con corretta metrica classica. Lino sostiene che:

"...Disperi di scrivere una buona poesia, a verso libero o sciolto, chi non ha conosciuto il verso classico. Se non si conoscono le regole non è possibile reiventarne di nuove e, checché ne dicano gli analfabeti certificati, la poesia è regola."

Da parte mia non posso che approvare quanto afferma e mi ritrovo senz'altro in tali affermazioni, specie se considero lo stato in cui la nostra scuola, un tempo vanto nello studio dei classici, è costretta a barcamenarsi. A riprova di quanto ha affermato, pubblico, qui di seguito una delle sue prime poesie in endecasillabi. Quartine in rima baciata (AA-BB).

 

 
BIKINI
                                                                       
Nella goletta blu suonò l'allarme.
Sulla piroga a dritta un uomo in arme,
un punto sballottato in lontananza,
sembrava perso avesse ogni speranza
 
tant’era vario l’angolo di rotta,
soffriva piaghe aperte e schiena rotta,
era un gran Vecchio coi capelli bianchi,
arse le labbra aveva e gli occhi stanchi.
 
Chiaro era il dì, le nebbioline rade,
la proda ben distante dalle rade,
s’urlò dalla vedetta: <<Un uomo in mare!,
se l’imbarchiamo si potrà salvare!
 
S’agisca con prudenza, il cannocchiale
mi mostra ch’egli armato è di pugnale,
sul petto una ferita di tre spanne
ha, ma non vedo se da fuoco o zanne>>.
 
Il capitano ingiunse: <<Bordeggiate!
E’ controvento ed alte son l’ondate!
Andate di bolina, naviganti,
non paventate i flutti ai fianchi franti!>>
 
Zigzagando l’agile veliero
raggiunse il Vecchio e aveva volto fiero
e spalle larghe; tutto l’equipaggio
si prodigò nell’arduo salvataggio.
 
Mosso era il mare, l’apprensione troppa
per l’esile piroga; dalla poppa
fu l’uomo tratto in su col verricello
e la canoa legata a un cordoncello.
 
Forte era il vento, solide le tele,
la prora raddrizzò, gonfie le vele;
nella scia bianca l’esile barchetta
filò veloce appresso alla goletta.
 
Nobile apparve ai marinai il guerriero,
austero il viso avea d’un condottiero;
sembrò non stesse in fondo tanto male,
ch’avesse il corpo sopportato il sale,
 
ch’avesse tollerato sete, fame
e sulla fronte nuda, come lame,
i raggi fitti d’un sole rovente,
le notti fredde con le stelle spente.
 
Tirato fuor dal guscio suo di noce
impressionò pel tono della voce:
<< A molte imbarcazioni ho già gridato
inutilmente d'essere aiutato.
 
Quante ne son passate non ricordo,
hanno arruolato ciechi e sordi a bordo,
hanno ingaggiato sciocchi capitani
che non distinguono àlbatri e gabbiani,
 
hanno assoldato per scrutare il mare
vedette buone a bere e a sonnecchiare,
han pensionato i vecchi pescatori
adusi a trar dall’onda esploratori
 
di terre sconosciute inospitali,
scampati alle sirene e ai fortunali,
sfuggiti alle lusinghe e alle congiure,
inappagati da mille avventure.
 
Io son tra questi: sono un vecchio folle
che vuol tornare sulle patrie zolle
dove, si dice, ancor c’è radiazione
al qual, perciò, difetta la ragione,
 
che crede ancora che l’attende un regno
laddove si giocò col tiro a segno,
ch’intendere non vuole che padroni
son di Bikini militari e ioni.>>
  
Chiese una leva del sessantasei:
<<Che terra è Bikini e chi mai tu sei?>>
<<Bikini è un’isola ed io sono un re!
pur se già vecchio ancor valgo per tre.
 
Non per viltà, non per scarso coraggio,
non feci scudo al nativo villaggio,
fui circuito da un capo crudele,
un Generale vigliacco e infedele
 
che comandava mendaci ufficiali:
da pria mi parvero forze leali,
come gli uccelli s'alzavano in stuolo
dalle lor navi e tremava il mio suolo.
 
Giunsero e dissero d’essere amici
che combattevano i nostri nemici,
ch’era opportuno saggiare le bombe
per scongiurare peggiori ecatombe...>>
 
Un cuoco l’interruppe: <<So che accadde,
sull’isola un ordigno enorme cadde,
che cosa fece il re per impedire
al bell’atollo un simile martìre ?>>
 
Il Vecchio s’intristì: <<Per nulla niente,!
l’avevano ubriacato d’aguardiente,
l’avevano invitato ad un festino,
lui s’imbarcò. Colà restò, meschino,
 
sulla piroga di ferro straniera,
nave da guerra anziché da crociera,
una fregata, un vascello pirata
con la ciurmaglia vestita a parata>>.
 
Il cuoco l’incalzò: <<Arsa fu tutta!,
era un giardin Bikini e fu distrutta,
il re che si contrista e soffre adesso
meriterebbe il banco d’un processo!>>
  
<<Io n’ignoravo gli effetti, non mento!..>>,
rispose il Vecchio, <<...ne provo sgomento,
ero nei pressi, la vidi e la conto,
a mezzogiorno già giunse il tramonto.
 
Alzammo tutti ver’ l’alto la testa
al par di quando nei giorni di festa
brillar si vede sul mar l’artificio,
atteso invece era un gran maleficio:
 
la volta assunse la gamma più varia,
un punto azzurro comparve nell'aria,
divenne in breve una sfera di fuoco,
io l’ammiravo qual fosse un bel giuoco.
 
Ed ecco a un tratto saltare una chiusa
sovra un girone infernale rinchiusa:
ne venne fuori ogni fiamma vorace,
in breve tempo Bikini fu brace.
 
Un cormorano svanì nelle vampe,
d’esso restarono tracce di zampe,
dissolto il corpo fu prima dell’ombra,
quel ch’io vi narro soltanto l’adombra:
 
il cielo ch’era in principio splendente
si tramutò nel coperchio opprimente
della cappella del fungo del male,
la scena in basso si fece invernale.
 
Sorse il ciclone che coi fil di paglia
i tronchi d’alberi perfora e taglia,
piovve la neve che stacca la pelle
e che i capelli ingrigisce e divelle.
 
N’uscì la dolce Bikini stravolta,
mai niuna terra così fu sconvolta!,
forse giammai si sarebbe appassita,
non mi perdono d'averla tradita>>.
  
Compianse un marinaio: <<Quanto male!
Meriterebbe un premio il Generale,
un sasso per medaglia intorno al collo
ed un rinfresco d’acque dell’atollo!>>
 
Decise il capitano: <<Non col remo,
Bikini con le vele troveremo,
in tanto tempo forse la natura
rigenerata l’ ha e ancor più pura.
 
Con gli anni si dissolve la conchiglia
e briciole si fanno ancora e chiglia,
tutto si cangia in cenere ed in ruggine,
col tempo si frantuma la testuggine,
 
di tanti miti polver son le pagine!,
pur s’è sbiadita la più bella immagine:
a questa legge di dissoluzione
certo non scamperà la radiazione.
 
Narrar vorrete adesso, almen lo spero,
perché vi trasferiste nell’impero
del Generale e qual maligno ingegno
suo vi convinse a dipartir dal regno.>>
 
Rispose il re: "Coi doni ch'ei profuse,
col luccichio, che il mio pensiero ottuse;
con fronzoli e chincaglie mi convinse,
fu questa la battaglia ch'egli vinse:
 
erano false gioie del suo mondo,
ferro dorato ma, non lo nascondo,
agli occhi miei parvero preziose
più delle perle, molto fascinose.
 
Così gli corsi dietro verso il nulla,
col popol mio, della sua terra brulla
e chi credeva che fosse una gita
esule visse, per l’intera vita>>.
  
Intorno al re dell’isola oramai
stavano muti mozzi e marinai,
trovò l’ardire un giovane ufficiale
di domandare: <<Come il Generale
 
fuggir poteste e dentro voi qual molla
scattò che finalmente la corolla
del regal serto vi riuscì d’uscire,
come tornò dell’isola il desìre ?>>
 
<<Io che nuotavo tra le fresche spume
andai per vie roventi di bitume,
ebbro delle benzine dei motori,
stordito dai metallici clangori,
 
più non udivo l’alito del vento
quando feconda i fior, non ero attento
all’ansimo che gonfia la marea
quando l’attrae del ciel la bianca dea. 
 
Così mi resi conto come uguale
io stessi diventando al Generale
che non sentiva quanto forte grida
l’albero pria che l’atomo l’uccida:
 
ed ecco allora che, qual tartaruga
marina ch’anelando al bagnasciuga
dov’essa nacque là torna a figliare,
scappai di notte per le vie del mare
 
dalla prigione di fuscelli e rena
che la speranza adesso più non frena,
che carcerar non può più la ragione,
ora innalzata come un aquilone,
 
che vede che c'è sotto un mare azzurro
e sull'atollo l'albero del burro,
vede che son passati già mill’anni!
e perso s’è il ricordo dei malanni;
  
vede che non c'è più la radiazione
e un vecchio ch’ ha imparato la lezione,
vede che sta per sorgere il tremila!
e per mirar Bikini fan la fila
 
ma i Generali passati alla storia
come guerrieri coperti di gloria
vede spogliati di lustri e medaglie
e sui lor cippi scolpito: “Canaglie!".
Luglio 1997, Lino Lista
 


 

 

 


postato da: woquini alle ore 21:13 | link | commenti (4)
categorie: cultura, poesia, riflessioni, letteratura, scrittura
domenica, 04 dicembre 2005

...BERLUSCHEIDE...la saga continua...

Buffone!
 
 
La maschera del giullare or s’addice
a chi nel poter mesce la vergogna
dell’oro speso, e come vil carogna
ne ride e sparla, ma di sé ben dice,
 
e privo di timor si contraddice
fidando che nïun porrà la gogna
sul collo d’un unto, ch’adesso agogna
a reggere un’assise ancor vindice.
 
Muta ‘n gloria, l’accatto dei sodali,
per aver più carne nei ventri obesi,
agli ultimi togliendo fino ‘l desco
 
per essere in completo principesco,
finché lo sdegno arriva degli offesi,
col dolore al capo che rende eguali.
 
 
woquini 5.1.2005
Elogio semiserio del cavalletto
 
 
Polemica ardita vò ad iniziare,
senza alcun disturbo, per quel che vale,
e la stizza addosso d’ogni sodale,
la cui stima “lui” solo può comprare;
 
c’è stato all’improvviso un gran gridare:
un’arma impropria, ratta come strale,
all’ “unto”, in testa sbatte le sue pale,
poi s’urla al martire da venerare.
 
In cor approvo quel rabbioso gesto:
 anni d’insulti e mortificazioni
han maturato rabbia ed amarezza,
 
ma s’innalza un’atipica certezza:
che poscia manchi di soddisfazioni
il voto che s’accosta così presto?
  
 
woquini 9.1.2005
Fiuggi
 
 
L’acque delle terme non son bastanti,
a ripulirvi dalle nefandezze
che memori vi fecero in grandezze,
tra le più vili, su cui apporre vanti;
 
nemmen se suppliche farete ‘a santi,
e confidando nell’altrui pochezze
d’obliar cercaste le scelleratezze,
di noi, nessuno accetterà gl’incanti.
 
Già la Storia ha rimesso la sentenza:
con dignità, l’onore ci fu reso
da quelli che arginaron la violenza
 
scegliendo il monte, per tenere acceso
un ultimo barlume di coscienza,
anche per chi oggi insulta e fa l’offeso.
 
 
woquini 4.05.2005
 
 
 

postato da: woquini alle ore 11:41 | link | commenti (3)
categorie: poesia, politica, riflessioni
lunedì, 28 novembre 2005

Quale futuro per la politica estera USA?
 
 
Quale che sia il futuro dell’Iraq alla ripresa del processo a Saddam Hussein è una domanda che dovrebbe essere girata in modo diverso, in altre parole: quale futuro per la politica estera USA?
Alla caduta del blocco sovietico, gli USA, si sono improvvisamente ritrovati senza il nemico tradizionale che aveva loro permesso di crearsi una fitta rete d’alleanze che, supportate dall’aiuto politico e militare e da serie di guerre spesso definite di “contenimento della minaccia comunista” avevano consentito l’espansione della loro economia verso mercati esterni. Spesso gli investimenti delle varie multinazionali, legate a questa o quell’amministrazione, si sovrapponevano o coincidevano con quello della politica estera USA. I suoi amministratori erano, di fatto, “ambasciatori plenipotenziari ombra”, che finanziavano e sostenevano “operazioni coperte” o, più o meno apertamente, regimi dittatoriali corrotti, dove l’amministrazione politica di turno non poteva comparire. Questo fatto permetteva di avere basi militari e “logistico-politiche” in diversi Paesi, in cambio d’appoggio politico nelle sedi d’organismi internazionali e sovranazionali. Tali appoggi consentirono alla loro economia un primo abbozzo di delocalizzazione che, via, via, andò maturando, ingrandendosi, fino ad una fortissima accelerazione, dalla metà degli anni ’90. Analizzando la storia del Paese con il suo sviluppo economico e militare degli ultimi 150 anni, si scopre che questo si è ampliato con la creazione, vera o falsa, di una cintura di “nemici” che ne hanno motivato l’intervento in tutta una serie di guerre, a cominciare da quelle indiane. La posizione politica dell’“Indian Ring” di oltre un secolo e mezzo fa non è dissimile da quella di un’Halliburton o d’altre società che sono impegnate in opere di ricostruzione in Iraq, Afghanistan, o in luoghi che vedono un forte impegno politico-militare degli USA. Con il venir meno dei due blocchi, e con un’Europa che, lentamente e tra mille difficoltà, cerca d’affrancarsi dalla tutela americana, si è resa necessaria una nuova forma d’intervento che riscuotesse, se non la cieca collaborazione, un appoggio di fronte a paure e timori di gran parte della popolazione: paure e timori distribuiti attraverso i media ed in lavoro diplomatico. Da qui un agire secondo un copione già utilizzato nel passato per le guerre indiane e da cui gli USA sembrano non volersi distaccare. E’ solo una più moderna ed efficace riedizione del colonialismo: la sola differenza è che, stavolta, le nazioni coinvolte non sono concorrenti, almeno sul piano militare.
Il copione è semplice, per chi ha mezzi economici, militari e di “intelligence” davvero illimitati con il sostegno acritico di gran parte dei media.
In una prima fase, s’ingigantiscono e si rendono pubblici fatti o avvenimenti che, per il loro impatto, sarebbero confinati a poche righe di cronaca locale. In seguito, qualora avvenga un fatto eclatante e di una portata tale da far sollevare sdegno nell’opinione pubblica, si cerca un nemico che, per caratteristiche politiche, sociali e culturali, sia inviso a più parti, in modo che le ritorsioni, anche se non approvate, non suscitino reazioni così negative.
La fase diplomatica è quella successiva che, invece che appianare i contrasti, prepara la fase successiva, in pratica quella militare. L’azione diplomatica è rivolta all’assicurazione dei Paesi confinanti a quello coinvolto, ed alla ricerca e mantenimento d’alleanze che rendono credibile l’azione che s’intende intraprendere, oltre che riceverne supporto logistico. La fase di “intelligence” è contemporanea di quella diplomatica e si articola nella creazione di ”governi in esilio”, e di una rete d’informatori, supporto a “resistenti”, ecc. La fase militare segue dopo che tutti questi tasselli sono stati sistemati, ed è quella più incerta, nonostante il dispiegamento di forze e alta tecnologia. L’incertezza militare,poi, la sua sussidiarietà, rende ancora più profondo il solco tra una scelta dialogante a posteriori ed un futuro, in politica estera, quanto mai incerto e compromesso.
 
A parte questo, che è abbastanza lapalissiano…
 
La politica estera USA, non si è ancora assestata, giacché le resistenze politiche che incontra sul suo cammino, e non parlo dei problemi che all’esercito sono creati da nazioni resistenti e presunte terroriste, ma dall’approccio distruttivo che la stessa opera nei confronti dei Paesi che ha invaso in nome della lotta al terrorismo. Paesi come il Kirghiszistan, Uzbekistan ed altri dell’Asia Centrale, se in un primo momento avevano accettato di ospitare basi USA, probabilmente credendo in un ritorno economica, adesso sono disposti, spalleggiati da Mosca a dare lo sfratto. Indubbiamente una politica aggressiva e per niente dialogante, mina i rapporti tra Paesi invasi e quelli confinanti, spesso accomunati dalla stessa fede religiosa. L’approccio con l’Islam è stato quanto mai di più disastroso che un’amministrazione potesse creare. Ancora non sono riusciti a capire che “Islam” non è solo una religione che accomuna popoli di etnie e nazionalità diverse; Islam è una nazione, la “Umma” che lega, a livello sociale, economico e spesso anche politico una varietà di Paesi e culture che nessuna pressione politica o militare riuscirà a dividere fino in fondo.
Al punto in cui si trova, la politica estera USA non può più tornare indietro, e le avvisaglie si notano nella disperata ricerca di un altro “nemico”. La campagna Irakena è stata un fallimento, anche se i toni trionfalistici vogliono fare credere il contrario, e le avvisaglie contro l’Iran, per il “fatto” dell’arricchimento dell’uranio, ne sono la prova. Sempre più la diatriba sulle centrali nucleari iraniane appare come le fialette d’antrace mostrate da Colin Powell all’ONU. Negli anni ’70 era il terrore del conflitto nucleare a far sì che i due blocchi si fronteggiassero senza intervenire: la dottrina Kissinger sulla “sovranità limitata” consentiva di tenere a freno i nazionalismi o di scatenarli se l’area d’influenza sovietica entrava in troppo in contatto con quella USA. Adesso , terrorismo, islam e quant’altro sono accomunati in un unico gigantesco nemico per far sì che l’America, possa continuare ad esistere come nazione guida di democrazie artefatte ma, soprattutto, a sopravvivere, giacché senza un "nemico" la sua politica, lo stile di vita, non avrebbero più senso. Per gli USA essere privi di "nemici" da combattere e far valere le proprie ragioni con la forza, equivarrebbe a mettere in discussione  gli ultimi due secoli della loro storia.
 

postato da: woquini alle ore 18:58 | link | commenti
categorie: cultura, politica, riflessioni, libri, storia, articoli, editoriale